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Morire per sfida

24/01/2021 di Maria Medici

La ragazzina di dieci anni che è morta a Palermo dopo essersi stretta una cinta attorno al collo ci deve veramente far riflettere su cosa significhi oggi crescere in una società come la nostra.



Il mondo non è mai stato un giardino fiorito e i pericoli per i bambini sono sempre stati dietro l’angolo. Lo stesso possiamo dire per quanto riguarda il mondo dei giochi dove, accanto a quelli divertenti ed educativi ma innocui, non sono mai mancati quelli pericolosi. Quello di “sfida” nei bambini, ma soprattutto negli adolescenti, è un concetto molto complesso; lo sfidarsi fra compagne e compagni è un elemento di rafforzamento della personalità ma è anche un utile veicolo di socializzazione. Sfidarsi non implica certamente avversione verso l’altro ma più semplicemente un misurarsi reciproco nella realtà e un misurare le proprie capacità. La moderna pedagogia che sottolinea l’importanza del concetto di cooperazione fra i bambini non per questo rifiuta quello della competizione pure in un quadro educativo in cui il senso di “sfida” deve essere accompagnato da quello della relazione, dell’amicizia e del rispetto reciproco. In tal senso, la competizione, lungi dall’essere parente dell’aggressività, piuttosto è un legittimo “esserci con gli altri” in un mondo di relazioni che offre stimoli per la crescita individuale.

Tuttavia, le “prove della morte” ci sono sempre state, rimandando alle radici stesse del concetto di gioco, letto in chiave antropologica e storica, come una “palestra” di allenamento alla vita in cui anche sfida estrema poteva essere il viatico per entrare nel mondo degli adulti. La ritualizzazione, spesso e in parte, ha poi reso nel corso del tempo, queste sfide innocue e simboliche. Ma non sempre, specie laddove tali sfide si consumano al di fuori delle regole sociali stabilite.

L’universo delle sfide che ci propone la rete, in quella forma in cui l’asocialità mediata dai pixel si associa alla radicalizzazione del protagonismo a tutti i costi, snatura totalmente il concetto di sfida tradizionale. Lo sfidante è solo ma virtualmente collegato ed è spinto proprio dall’ansia di protagonismo che sembra permeare la vita relazionale nell’età dei social e dei selfie. Una spinta così potente da portarlo a rischiare la propria vita. L’assenza di regole e di controllo parentale fa poi tutto il resto. È abbastanza ipocrita addolorarsi e scandalizzarsi per quello che è successo alla bambina siciliana. Quanto il telefonino si presta a fare da baby-sitter per i ragazzini praticamente appena nati? Basta guardarsi attorno, in fila dal pediatra o alla posta. Cosa ci si aspetta, allora, da ragazzini di dieci anni che maneggiano da sempre il cellulare, scambiandosi informazioni su quella o quell’altra app o social? Soprattutto, quanto sappiamo noi genitori di quello che i nostri figli guardano con il cellulare? Ben venga il controllo dall’alto (l’Autorità per la privacy), che ha temporaneamente bloccato Tik Tok, piattaforma che non aveva nessun controllo sull’età degli utenti. Tuttavia sappiamo bene che le limitazioni di accesso sono armi spuntate laddove, una volta dato il consenso, il genitore si disinteressa di quello che il proprio figlio fa col cellulare in mano.

Come sottolineano gli esperti i bambini (almeno fino a 12 anni) non hanno gli anticorpi necessari a selezionare le informazioni che ricevono dalla rete, rischiando così di finire imbrigliati in quella rete. Occorre non solo vigilare ma anche educare, per non lasciare senza strumenti critici i nostri bambini di fronte alla pervasività del web, specie laddove, inevitabilmente, si annidano quegli arcaici ma sempre attuali “giochi della morte”.


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