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Modelli di sviluppo e riscatto delle donne

25/01/2021 di Maria Medici

2 - Nell'articolo precedente si è introdotto il tema del rapporto fra mutamento culturale e situazione delle donne nel mondo. È necessario che si instauri una “cultura del cambiamento” il cui primo compito, va da sé, è proprio un cambiamento delle culture dominanti.


La pervasività del concetto di cultura è nota; maggiore fatica si fa a considerare la complessità del fenomeno cultura, specie se la si osserva da una prospettiva globale, senza cioè essere impediti nello sguardo dagli steccati – seppure ancora forti – che dividono nel mondo le culture “dominanti” da quelle “dominate”. Si tratta di una vecchia e in qualche modo anacronistica divisione, che non rende giustizia dell’articolarsi del fenomeno su più livelli, dimensioni che si intersecano di continuo, alle volte in maniera fluida (“liquida”, secondo un accezione negativa), altre volte urtandosi fra loro e restando impermeabili l’una all’altra.
È plausibile che la liberazione delle donne dal gioco della disuguaglianza passi attraverso una rilettura critica di quelli che sono i modelli culturali considerati “migliori” da adottare. L’Occidente, in tal senso, ha tanto da offrire, ad esempio, considerando il cammino verso un modello civile e istituzionale di tipo democratico compiuto, ma anche altrettante zone d’ombra, legate all’imposizione di un modello di sviluppo economico che, di fatto, non ha per nulla risolto le grandi questioni del sottosviluppo nel Pianeta. Si aggiunga che l’imposizione di un modello (ad esempio, quello di sviluppo sociale ed economico) non sempre ottiene buoni risultati laddove esso si sovrappone a modelli preesistenti: diciamo pure che se attecchisce, lo fa in modo innaturale e comunque perpetrando un modello in cui i vantaggi sono a senso unico, perpetrando cioè le disuguaglianze condite con un aumento della dipendenza di chi è povero da chi è ricco.

Ecco che, allora, se si dà uno sguardo alle iniziative che investono le donne nei paesi poveri o in via di sviluppo, ci si accorge che, spesso, le strade percorse sono quelle interstiziali, le cui ragioni d’essere sono rintracciabili dentro le culture di appartenenza. Insomma, la strada della liberazione femminile non passa obbligatoriamente attraverso un modello (quanto vincente, poi?) legato all’immagine della donna “bianca”, “occidentale”, perfettamente a suo agio all’interno delle dinamiche proprie del mondo “capitalistico”. Oltre al rischio di proporre come vincente un modello prettamente “omologante”, si corre un rischio ben maggiore: quello di allineare l’universo femminile ad un modello di sviluppo economico e sociale che, in qualche modo, è responsabile delle distorsioni profonde che caratterizzano la situazione attuale del nostro Pianeta (e che contribuisce, tra l’altro, a perpetrare la disuguaglianza di genere).

Non si tratta, evidentemente, di contrapposizioni nette fra modelli (occidentale, terzomondiale, ecc.); piuttosto è un considerare le culture come portatrici di valori che possono convivere. Ecco l’articolarsi delle culture in modo “fluido”; che nel discorso femminile, vuole dire conciliare un patrimonio di emancipazione, di esperienze, lungo almeno un secolo e mezzo di vita in Occidente, con gli universi femminili e i loro bagagli culturali sparsi nel mondo. Vuol dire, in ultima analisi, operare una trasformazione dal “di dentro” delle diverse culture e non con modelli imposti dall’esterno.

Alle donne, paradossalmente, partendo da una posizione di “svantaggio”, è offerta l’occasione di realizzare, quasi da zero, un vero mutamento culturale complessivo. Ne avrebbero la forza e i numeri. Quello che serve, forse, è ancora più “coscienza” e “consapevolezza” di poterlo fare.

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